Il Mistero Pasquale come nucleo dell’Anno liturgico
 

Nucleo dell’anno liturgico è la passione e la risurrezione di Cristo. Quest’azione salvifica centrale viene designata “Mistero Pasquale”. Mistero in senso liturgico significa l’insondabile azione salvifica divina in Cristo per gli uomini. La parola greco-latina Pascha risale all’ebraico Pesach. Questa indica originariamente il passaggio dell’angelo sterminatore che risparmia le case degli ebrei, che vivono nella schiavitù egiziana. In seguito essa viene riferita anche al passaggio del popolo attraverso il Mar Rosso e il deserto pieno di pericoli, fino alla Terra promessa. Pesach sta poi a indicare anche il pasto rituale, memoriale di tutto ciò che si celebrava il 14 Nisan (il plenilunio del primo mese di primavera), nel quale veniva mangiato l’«agnello di Pesach» come pasto sacrificale. Per la primitiva comunità cristiana era evidente il rapporto tra questa azione divina salvifica di un tempo e l’evento redentore di Cristo, tanto più che la crocifissione di Cristo coincise con il giorno di preparazione della festa ebraica di Pasqua (cf. Gv 19, 14). Era l’ora in cui nel Tempio venivano immolati gli agnelli pasquali. Così S. Paolo ispirandosi chiaramente al contenuto della festa pasquale ebraica può scrivere: «E infatti Cristo, nostra pasqua, è stato immolato!» (1Cor 5, 7; cf. Gv 19, 36; 1Pt 1, 19; Ap 5, 6.9). Egli col suo passaggio attraverso la spogliazione di sé, la passione e la morte, attraverso la risurrezione e la glorificazione, ha condotto il popolo di Dio della nuova Alleanza alla comunione salvifica di grazia e di vita con Dio Padre (cf. Col 1, 12).
Parlando del Mistero Pasquale non dobbiamo pensare solo alla risurrezione il mattino di Pasqua, ma dobbiamo includere, come diceva Sant’Agostino: «l’intero triduo santissimo del Signore crocifisso, sepolto e risorto»[1], dalla sera del Giovedì Santo alla domenica di Pasqua inclusa.
Questo nucleo dell’anno liturgico come fatto storico appartiene certo al passato, ma il suo elemento essenziale, il dono di sé e l’obbedienza fino alla morte continuano a vivere e a operare in Cristo glorificato. Poiché la sua volontà salvifica è universale egli, come sommo sacerdote della nuova Alleanza, ne rende partecipi gli uomini di tutti i tempi, ogni volta che essi si riuniscono in assemblea per le celebrazioni liturgiche.
Questo irradiamento attraverso l’anno liturgico non può tuttavia essere inteso erroneamente come un dono di grazie operante automaticamente. Si tratta di un’offerta di grazia da parte di Dio agli uomini liberi in vista di un incontro di partecipazione, nel quale l’uomo deve portare la fede nella sua piena espressione. Ciò significa, nel senso del NT, sia professione di fede che fiducia e disponibilità alla volontà del Padre. E’ la fede che è caratterizzata dalla carità ed è operante attraverso di essa (cf. Gal 5, 6). Quando l’uomo si apre in tal modo all’offerta di salvezza di Dio, il mistero pasquale diventa efficace e fruttuoso.
Se noi prendiamo in mano gli scritti neotestamentari, ci possiamo accorgere che essi non hanno ancora alcuna chiara affermazione su una celebrazione annuale del Mistero Pasquale, anche se alcuni testi lasciano supporre che già la comunità primitiva celebrasse la festa ebraica di Pasqua con senso cristiano (cf. 1Cor 5, 7s.). Testimonianze chiare si hanno solo nella seconda metà del sec. II quando scoppiò la cosiddetta controversia pasquale. Ci spieghiamo meglio: mentre i cristiani dell’Asia Minore e della Siria compivano la celebrazione annuale, indipendentemente da un determinato giorno della settimana, sempre il 14 di Nisan, il plenilunio del primo mese di primavera, la rimanente parte della cristianità si decise per la domenica dopo il 14 di Nisan. Il Concilio di Nicea dell’anno 325 pose termine a questa controversia interna della Chiesa a motivo della data pasquale con la prescrizione di celebrare sempre la Pasqua la domenica dopo il primo plenilunio di primavera. Con questo ordinamento dipendente dalle fasi lunari si accettò che questa data di Pasqua, in un computo del tempo basato sul sole, avesse un’oscillazione di cinque settimane (22 marzo – 25 aprile) e che così una gran parte dell’anno liturgico fosse caratterizzata da feste mobili.

Il triduo pasquale

 

Spesso, quando si parla con i sacerdoti, si ha impressione che ci sia un certo senso di disagio nei confronti della liturgia del Triduo Pasquale. Si ha l’impressione che la parrocchia abbia fatto un grande sforzo per riuscire a portare a termine una serie di celebrazioni che sono come un corpo estraneo rispetto al ritmo, alla spiritualità e alla pastorale della parrocchia. E dobbiamo notare che non si tratta soltanto della fatica aggiuntiva dovuta a una serie di celebrazioni più complesse. C’è qualcosa di più profondo: soprattutto c’è la difficoltà di coinvolgere i fedeli. La frequenza alle celebrazioni della Settimana Santa è piuttosto bassa, decisamente inferiore alla frequenza dell’Eucaristia domenicale. Tra i riti del Triduo, quello che registra un maggior afflusso di fedeli è la Veglia Pasquale.
Inoltre, progettare, celebrare e vivere questi tre giorni non è un compito semplice. Dobbiamo parlare allora di alcune difficoltà da superare. In primo luogo, volendo dare spazio in parrocchia a gruppi e comunità in vista di un loro coinvolgimento operativo e di una partecipazione attiva, ci accorgiamo che non è facile creare un amalgama tale che possano diventare il nucleo portante della celebrazione anche per gli altri fedeli. Infatti la pluralità dei percorsi, le diverse sensibilità, le multiformi esperienze fanno sì che quanto viene sentito prioritario in un gruppo, altrettanto non lo è per un altro. A questo aggiungiamo anche le difficoltà che nasce quando si voglia far emergere un tessuto comunitario. Questa difficoltà rende poco incisive le varie proposte catechetico-liturgiche che arrivano dai singoli uffici diocesani o dal Vescovo. E così la crescita qualitativa della comunità stenta a decollare.
Bisogna crescere, bisogna aprire il cuore e la mente, bisogna “convertirsi” all’insegnamento proveniente della liturgia e dai suoi molti linguaggi, bisogna valorizzare le scelte e le proposte dei singoli centri diocesani e del Vescovo…ecc.
Nella liturgia deve avvenire il coinvolgimento dei cinque sensi (vista, udito, tatto, gusto, odorato). Di conseguenza si deve insistere molto sulla eloquenza dei segni, intesi come registri musicali diversi, ma convergenti in modo che la celebrazione sia sinfonica, non “cacofonica”!
Dopo la celebrazione vissuta rimane l’impegno di vivere con frutto la festa pasquale che si protrae fino a Pentecoste. Prima di passare ad alcuni dati storici, vorrei citare alcune frasi del giovane Giovanni Battista Montini che nel 1917, dopo la celebrazione delle feste pasquali, scrive al suo vescovo: “Se sapessi trascriverle tutta l’intensità delle impressioni che mi hanno lasciato le celebrazioni della Settimana Santa…, avrei da scrivere per un pezzo. Vedere questa pulsazione della vita cristiana, di vera vita perciò, attraversare con ritmo costante e solenne i secoli e le generazioni più diverse; osservare quelle semplici frotte di contadini, abbracciate dal sole dei campi, piegarsi con istintiva riverenza all’«Incarnatus est», mentre le più semplici e più vive note d’un canto liturgico ti fanno scorrere un brivido ignoto nell’anima; sentirsi confusi tra una folla immensa e riverente e stretta insieme da soli vincoli cristiani, sotto le volte di un tempio che veglia maestoso sulle case del paese; vedere ancora tra i fumi profumati d’incenso una persona invocare la grazia di Dio: tutto questo insomma mi pare uno spettacolo degno della grandezza del glorioso regno dei cieli”[2]. Ci auguriamo che anche le nostre comunità parrocchiali possano plasmarsi su questi valori della liturgia pasquale per poter sempre esprimere nella vita il sacramento pasquale ricevuto nella fede.
Dobbiamo ricordare che originariamente la Chiesa celebrava la propria festa di Pasqua in un solo giorno e precisamente nella sola notte tra il Sabato Santo e la Domenica di Pasqua. Dal sec. IV, a partire da una prospettiva più storicizzante e da una forma di rappresentazione imitativa, si formò il «triduo santissimo del Signore crocifisso, sepolto e risorto». Le celebrazioni liturgiche di questi tre giorni, dalla sera del Giovedì Santo alla Domenica di Pasqua, rappresentano da allora la vera celebrazione annuale del Mistero Pasquale[3].

La breve descrizione che ora faremo fa riferimento al Messale Romano della CEI del 1983.

 

1.       La celebrazione del Giovedì Santo

 

Poiché secondo la concezione degli ebrei e in genere degli antichi il giorno si inizia la sera precedente, anche la sera del Giovedì Santo fa già parte dei tre giorni santi. Ciò si giustifica anche dal punto di vista del contenuto, poiché nell’Ultima Cena Gesù anticipa sacramentalmente il dono di sé nella morte sulla croce: cioè, durante l’Ultima Cena inizia propriamente la sua passione.
La messa della Cena del Signore deve essere l’unica in questo giorno (a prescindere dalla missa chrismatis = Messa del S. Crisma celebrata dal vescovo nella mattina). Ad essa è unita l’usanza della lavanda dei piedi (detta anche Mandatum = comando), dopo il Vangelo (facoltativamente). Detta l’orazione dopo la comunione i doni pre-consacrati per il Venerdì Santo vengono portati al tabernacolo di un altare (cappella) laterale e viene rimosso l’ornato dell’altare maggiore (denudatio altaris = spogliazione dell’altare). La successiva adorazione davanti al SS. Sacramento deve possibilmente essere mantenuta. La denominazione di questo luogo della reposizione come santo sepolcro è considerata meno felice e da abbandonare! E’ il caso ancora di ricordare l’uso, che si mantiene, di suonare le campane per il Gloria, per poi farle tacere fino al Gloria della Veglia Pasquale. All’altare del posto del campanello si usa in taluni luoghi uno strumento di legno (crotalo o raganella).

 

2.       La liturgia del Venerdì Santo

 

I primi secoli cristiani in questo giorno della morte di Gesù rinunciarono a una particolare liturgia e tennero in esso, come nel Sabato Santo, uno stretto digiuno di lutto. Verso la fine del sec. IV si conosceva a Gerusalemme, nella mattinata, l’adorazione della Santa Croce e nel pomeriggio una liturgia della Parola con la lettura della Passione. Di una liturgia della Parola riferisce anche S. Agostino per il Nord Africa. Inoltre nelle chiese locali si svilupparono attorno ad una reliquia della croce (ad es. a Roma) delle cerimonie di adorazione della croce. Attraverso la liturgia romana importata nei paesi franchi e la elaborazione del Pontificale romano-germanico del sec. X, da una semplice liturgia di comunione si sviluppò lentamente la missa praesanctificatorum senza Preghiera eucaristica. L’uso medievale di comunicare raramente portò alla pratica che solo il sacerdote comunicasse in tale messa. In tale forma il Messale tridentino del 1570 assunse la liturgia del Venerdì Santo e la conservò per quasi 400 anni. Il nuovo ordinamento introdotto nel 1955 semplificò la tradizionale divisione in tre parti: liturgia della Parola, adorazione della croce, liturgia di comunione, e tolse il divieto della comunione dei fedeli. Il Messale Romano del 1970 ha sostanzialmente accolto tale riforma.

Di norma la celebrazione inizia verso le ore 15.00; il colore liturgico è il rosso. Dopo la prostrazione davanti all’altare interamente spoglio e la breve introduzione con l’orazione del giorno segue la liturgia della Parola con due letture, la narrazione della passione del Signore secondo Giovanni, l’omelia e la preghiera universale. Questa nelle sue intenzioni è stata resa più concisa e formulata con maggior riguardo nei confronti degli ebrei e di coloro che prima erano detti eretici e scismatici. All’adorazione della croce sono possibili due forme di ostensione della santa croce: scoprimento graduale o processione con la croce svelata. Mentre clero e fedeli compiono l’atto di venerazione alla croce (genuflessione o bacio o altro segno), il coro e (o) l’assemblea eseguono gli antichi e venerabili canti per l’adorazione della santa croce, nei quali già si esprime la gioia pasquale. La semplice liturgia di comunione con i dona praesanctificata (consacrati Giovedì Santo) comporta come preparazione il Padre nostro, l’embolismo Liberaci… e l’acclamazione Tuo è il regno. L’orazione dopo la comunione e l’orazione sul popolo fanno intravedere l’unità del mistero pasquale di morte e risurrezione.

3.       La celebrazione della Veglia Pasquale

 

Il Sabato Santo, come giorno del riposo nel sepolcro e del digiuno di lutto, fin dai tempi antichi non ebbe alcuna liturgia propria. Col cadere dell’oscurità si iniziava la «madre delle veglie» (S. Agostino), la santa veglia notturna a celebrazione della morte e risurrezione del Signore. «Nella grande antitesi tra notte e luce del mattino, digiuno e banchetto eucaristico, lutto e gioia festiva si viveva in modo irresistibile il contrasto tra morte e vita, caduta e risurrezione, Satana e Kyrios, antico e nuovo eone»[4].
La rinnovata liturgia della Veglia Pasquale si compone di lucernario, liturgia della Parola, liturgia battesimale e liturgia eucaristica.
Il lucernario si inizia con la benedizione del fuoco, la preparazione e accensione del cero quale luce di Cristo, e la processione con cui è introdotto nella chiesa buia, che è quindi illuminata dai ceri dei fedeli accesi al cero pasquale. Segue il solenne annunzio pasquale, detto anche dalla parola iniziale latina Exultet.
La liturgia della Parola ha nove letture bibliche, di cui le due ultime dal NT (Rm 6, 3-11 e un vangelo della risurrezione da uno dei sinottici, secondo l’anno del ciclo). Per motivi pastorali il numero delle letture veterotestamentarie può essere ridotto al massimo a due. A ciascuna segue un salmo responsoriale ed una orazione. Dopo l’ultima lettura dell’AT il sacerdote intona il Gloria durante il quale suonano di nuovo le campane. Per la prima volta viene quindi cantato di nuovo l’Alleluia.

La Liturgia battesimale: poiché la Veglia Pasquale fin dai tempi antichi era una data preferita per il battesimo, è desiderabile che anche durante la Veglia Pasquale si celebrasse (se è possibile) questo sacramento!
Dopo la presentazione dei battezzandi e le Litanie dei Santi in forma abbreviata, si ha la benedizione dell’acqua con una preghiera epicletica (e l’immersione del cero, facoltativa). Dopo la rinunzia a Satana e la professione di fede è amministrato il battesimo; gli adulti e i ragazzi nell’età del catechismo vengono anche confermati dal vescovo se è presente, o dal sacerdote celebrante. Se non ci sono battezzandi né si deve benedire il fonte battesimale si fa la benedizione dell’acqua lustrale. Dalla restaurazione della veglia pasquale nel 1951 è prevista a questo punto la rinnovazione delle promesse battesimali, cui segue l’aspersione dell’ssemblea con l’acqua benedetta. Si ha quindi la preghiera universale.
Essa fa da ponte alla liturgia eucaristica nella quale l’azione salvifica pasquale è espressa particolarmente, prescindendo dalle orazioni presidenziali, nel prefazio, nelle inserzioni delle Preghiere eucaristiche I-IV (ricordo e/o intercessioni particolari per i neobattezzati), nella benedizione solenne tripartita e nel doppio Alleluia del congedo.
Le successive ore diurne della Domenica di Pasqua non avevano originariamente alcuna celebrazione eucaristica. Questa sorse solo quando verso la fine del sec. VI la messa della risurrezione finiva già prima della mezzanotte. Del resto la pietà popolare in certi paesi si era creata negli ultimi secoli un surrogato della Veglia Pasquale perduta, nella tradizionale Celebrazione della risurrezione nel primo mattino della Domenica di Pasqua, prima che iniziasse la prima messa. Dubbio sembra anche il tentativo, considerando i frequentatori della messa solenne del giorno di Pasqua, che non hanno partecipato alla celebrazione notturna, di riprendere in tale messa alcuni elementi della Veglia. Non tutto ciò che piace a prima vista è la conclusione più sapiente (liturgicamente). I vespri di Pasqua formano la significativa conclusione del Triduo Pasquale.

Il Tempo Pasquale

 

Come le grandi feste abbiano bisogno di un certo tempo di risonanza si può vedere già nel calendario liturgico ebraico, in cui 50 giorni (= sette settimane) dopo la festa di Pesach veniva celebrata la Festa delle settimane (= Shavuot) come festa della mietitura del grano e memoriale dell’Alleanza al Sinai.

Corrispondentemente già il II sec. conosce il tempo pasquale dei 50 giorni (in greco Pentekoste), che secondo At 2, 1s.  si compie con l’effusione dello Spirito Santo promesso, il vero frutto del mistero pasquale. Le NG rimangono sul terreno della più antica tradizione quando affermano: «I cinquanta giorni che si succedono dalla domenica di Risurrezione alla domenica di Pentecoste si celebrano nell’esultanza e nella gioia come un solo giorno di festa, anzi come “la grande domenica”» (n. 22). Espressione simbolica di questa ininterrotta gioia festiva è la prescrizione di lasciare il cero pasquale come simbolo del Signore risorto, durante i 50 giorni, davanti all’assemblea, in prossimità dell’altare, e di accenderlo durante le celebrazioni.
La prima settimana del tempo pasquale forma l’Ottava di Pasqua. La liturgia di questa ottava è caratterizzata non solo dal mistero pasquale, ma anche dall’attenzione per i neobattezzati, i quali nelle celebrazioni eucaristiche quotidiane venivano introdotti più profondamente nei misteri dei sacramenti dell’iniziazione da essi ricevuti (catechesi mistagogiche). Questa settimana si chiamava un tempo, a motivo delle vesti bianche dei neobattezzati, anche settimana in albis, e la domenica seguente domenica in albis. L’uso di celebrare la prima comunione in tale domenica risale al sec. XVIII.
Per sottolineare più fortemente l’unità del tempo pasquale le rispettive domeniche vengono chiamate ora domeniche di Pasqua, e la domenica in albis forma la seconda, mentre Pentecoste forma l’ottava domenica. I loro testi liturgici sono intensamente caratterizzati dal Mistero Pasquale. La tradizionale domenica del Buon Pastore è stata spostata dalla terza alla quarta domenica di Pasqua per non interrompere i vangeli delle apparizioni del Risorto.
Nel sec. IV sorse, il quarantesimo giorno dopo Pasqua, la festa dell’Ascensione, soprattutto ispirata ad At 1, 3. «I giorni dopo 1’ascensione, fino al sabato prima di pentecoste, preparano la venuta dello Spirito Santo» (NG 26). In questo modo la novena di Pentecoste formatasi nel clima della pietà popolare è accolta anche nella liturgia ufficiale.
Il cinquantesimo giorno dopo pasqua = Pentecoste (dal greco pentekoste = cinquantesimo, sottinteso giorno), è la conclusione del tempo pasquale. Sempre più, tuttavia, si vide in essa la festa autonoma dell’invio dello Spirito Santo, le si diede una propria ottava e in certe parti della Chiesa un secondo e un terzo giorno festivo, e si parlò di un proprio ciclo di pentecoste. La riforma liturgica postconciliare si preoccupò di collegare di nuovo più saldamente questo giorno a Pasqua. Cade così anche l’ottava di Pentecoste e nei testi liturgici si fa di nuovo fortemente riferimento a Pasqua (colletta e prefazio). La sequenza Veni, Sancte Spiritus è stata mantenuta obbligatoria per Pentecoste.